Piede piatto acquisito dell’adulto

piede piatto

Fonte: la Relubblica salute, Elaborazione grafica di Paula Simonetti

Molti si preoccupano per il piede piatto del bambino, pochi invece conoscono e si preoccupano per quello dell’adulto. Quasi che, plantarini, esami podoscopici e radiologici del piede, visite pediatriche e ortopediche, ginnastica e tutori, servano a traghettare il problema dall’infanzia all’età adulta, dove il piattismo del piede sembra perdere di importanza Sbagliato: una volta su tre, l’artrosi del piede, che si sviluppa di solito tra i 50 e i 60 anni, piu spesso nella donna che nell’uomo e specie se sovrappeso, ha come causa un piede piatto non trattato, adeguatamente e per tempo. Il piede piatto andrebbe, difatti, riconosciuto e trattato efficacemente già nella prima infanzia. Basta una semplice radiografia e l’esame clinico dello specialista per accertare il piattismo e valutarne la severità. Se necessario un intervento mininvasivo e percutaneo ( artrorisi della sottoastragalica), rimette piede e caviglia in asse con l’uso di una piccola vite. A poco servono plantari e correttori. L’intervento andrebbe compiuto preferibilmente tra i 9 e i 12-13 anni, quando il piede è ancora in crescita e la deformità non si è ancora strutturata. Una volta che il piede è cresciuto di due numeri ( in media passano due anni), la vitarella può essere rimossa e il piede mantiene la correzione ottenuta a vita. Lo stesso intervento può essere praticato anche nel giovane adulto, a maturazione scheletrica ultimata e con il piede che ha raggiunto la sua massima dimensione, ma la vite correttiva in questo caso non va rimossa: il rischio di perdere la correzione è concreto. Circostanza, che purtroppo accade un 10-20% dei casi così trattati, perché la vite si mobilizza, duole e rende necessaria la sua rimozione. È tuttavia un rischio calcolato. Non operare il giovane adulto e ignorare il piede piatto ha infatti delle conseguenze nel tempo molto invalidanti. Il piede piatto evolve sfavorevolmente con il passare degli anni, accentuandosi sempre più. Le sue cinghie di ritenzione ( tendine tibiale posteriore, ligamento deltoideo) si sfiancano progressivamente e l’estremità si deforma: il calcagno diventa valgo e devia verso l’esterno, mentre la caviglia ruota e sporge verso l’interno. Le articolazioni del piede perdono così i loro corretti rapporti anatomici e lavorano fuori asse, usurando precocemente la cartilagine. Di qui i sintomi: all’inizio affaticamento e dolore nella prolungata stazione eretta e durante l’attività sportiva, poi dolore anche a riposo e rigidità del piede, che perde progressivamente il suo normale movimento e l’elasticità. La deviazione della caviglia e la perdita dell’arco plantare, inoltre si accentuano a tal punto che le calzature vengono deformate, con cedimento della tomaia mediale. Troppo tardi: il piede ha oramai sviluppato un danno permanente, una severa e irrimediabile artrosi. Meglio intervenire per tempo. Un intervento relativamente semplice e affidabile può rimettere in asse il piede e scongiurare lo sviluppo dell’artrosi. L’osso del calcagno viene sezionato e spostato di circa un centimetro, un centimetro e mezzo, medialmente e rimesso in linea con piede e tibia. Due viti metalliche fissano il calcagno nella nuova e corretta posizione e assicurano le condizione per lo sviluppo di una valido callo osseo. L’intervento si completa con l’allungamento del tendine di Achille per via percutanea e il ritensionamento di un robusto tendine ( tibiale posteriore) che da un contributo fondamentale al sostegno dell’arco plantare e alla spinta del piede. Dopo questo intervento, si dovranno prudentemente attendere circa trenta giorni, perché venga concesso il carico ( dapprima parziale e poi completo) sull’arto operato e quindi la normale deambulazione. Diversa e molto più invasiva, la chirurgia se l’artrosi è già sopravvenuta. In questi casi, per sopprimere il dolore non basta correggere l’asse di piede e caviglia, si devono anche bloccare la articolazioni del piede. L’intervento detto di artrodesi, elimina il dolore, ma al prezzo della definitiva perdita di funzione delle articolazioni che permettono al piede i movimenti di rotazione ( art. sottoastragalica) e di flesso-estensione ( caviglia). Una perdita di funzione, che, tuttavia, l’artrosi, aveva già ampiamente compromesso e a totale beneficio del dolore.

Piede piatto acquisito dell’adulto was last modified: giugno 25th, 2014 by Mariangela Protopapa