Tendine di Achille

Zona a rischio rottura sul tendine di Achille

Zona a rischio rottura sul tendine di Achille

Resistenti come corde d’acciaio, i tendini, che collegano i muscoli della gamba alle ossa del piede, possono diventare assai vulnerabili. Al tendine, infatti, arriva poco sangue, un grosso problema soprattutto quando s’infiamma o si lesiona: in questa situazione le necessità metaboliche aumentano, ma il veicolo (cioè il sangue) per approvvigionare il tendine di queste sostanze, scarseggia. Tanto che l’infiammazione stenta a guarire nonostante farmaci e riposo e si cronicizza con molta facilità.

Accade di frequente al tendine di Achille, al tendine tibiale posteriore e ai due tendini peronei, ma si può affermare che nessun tendine del piede è immune da infiammazioni, che possono diventare croniche. Non solo: se la tendinite cronicizza i sintomi dolorosi diventano più blandi e sopportabili, tanto che il paziente che ne è vittima riesce a condurre una vita attiva pressochè normale.

Lavoro e sport sono a volte conciliabili con una tendinite cronica che si riaffaccia di tanto in tanto per far zoppicare, ma che regredisce prontamente con antinfiammatori e applicazioni di ghiaccio e qualche giorno di riposo. Fintanto che, il tendine sfiancato da anni di infiammazione non cede tutto di un colpo e si lacera, si rompe. Non c’è preavviso a queste evenienze. Per una sforzo banale, per un calcio andato a vuoto o uno scalino salito di corsa, il tendine all’improvviso si rompe. Il dolore e l’impotenza funzionale sono immediati e di regola è necessario intervenire con un intervento chirurgico. Di qui una regola preziosa: in caso di tendinite è bene curare il piede in modo tempestivo e razionale.

Tendine di Achille a rischio rottura

Tendine di Achille a rischio rottura

Per far arrivare velocemente e in adeguate concentrazioni i farmaci antiinfiammatori, la somministrazione per via sistemica con compresse, bustine e iniezioni intramuscolari rischia di risultare insufficiente: la circolazione capillare del tessuto tendineo risulta infatti esigua e il sangue vi arriva già in condizioni di normalità in quantità limitate e con esso i farmaci somministrati. Ancora più precario l’apporto di sangue se il tendine è interessato da una infiammazione cronica: il tessuto degenera e si impoverisce ulteriormente di rete capillare. La mesoterapia costituisce allora una utile scorciatoia per somministrare al tendine in modo diretto ed ad elevate concentrazioni i farmaci che si considerano utili a superare l’infiammazione Si utilizza un piccolo ago, lungo appena quattro millimetri, con il quale si punge la pelle direttamente sul tratto del tendine dolente. Si distribuisce in questo modo la dose di farmaco in una decina di piccoli ponfi sottocutanei. Sono validi tutti i farmaci in forma liquida non steroidei diluiti opportunamente con dell’anestetico locale. E’ bandito invece il cortisone (potente antinfiammatorio), che, se somministrato in qualunque modo sul tendine, ne riduce la resistenza meccanica favorendo la sua lacerazione.
Si raggiungono invece ottimi risultati con due trattamenti fisioterapici: la tecarterapia, che fa ricorso alle microonde e le onde d’urto, che impiegano gli ultrasuoni ad alta energia. Le due terapie puntano a far aumentare il flusso di sangue nel tendine e ne riattivano così i processi biologici favorevoli alla guarigione.

E poi c’è il bisturi: si elimina il tessuto “morto” e s’incide quello recuperabile con profondi tagli il cui sanguinamento attiva il processo di riparazione e dunque di guarigione del tendine.
Una menzione a parte merita il più grosso e resistente tendine del corpo umano, quello che collega il tallone ai muscoli del polpaccio. E’ il tendine d’Achille, così chiamato perché in quel punto l’eroe omerico era più vulnerabile. Purtroppo però non bisogna essere eroi per incorrere nell’infiammazione di questa resistente struttura fibrosa.

Un’eccessiva attività sportiva, o un insufficiente riscaldamento possono portare ad un’infiammazione che il più delle volte si cronicizza. Spesso capita che l’infiammazione non viene quasi avvertita, tanto che i sintomi talvolta sono così lievi da non sottoporli alla visita dello specialista. Con il passare del tempo può accadere così che il tendine si rompa, di solito dopo i quarant’anni, magari in seguito ad uno sforzo o anche soltanto per una rampa di scale salita di corsa. Il dolore è lancinante e non permette più a camminare.

A questo punto due sono le strade: o s’ingessa o si opera subito.
Nel primo caso si evitano i rischi (pur minimi) dell’intervento ed il tendine si ripara comunque perchè la gamba viene ingessata con il piede in giù, una posizione che avvicina tra loro i capi lacerati (del tendine) e ne consente la guarigione.
Il problema è la lunga immobilizzazione nel gesso (circa 10 settimane) e la lenta riabilitazione. Sacrifici inefficaci, secondo alcuni Autori, nel cinquanta per cento dei casi, perché, a distanza di poche settimane, può verificarsi una nuova rottura.
Il bisturi invece garantisce una ripresa più veloce e sicura: una cicatrice di venti centimetri, venti-trenta giorni di tutore o gesso e poi la fisioterapia. La recidiva è inferiore al dieci per cento.
Ma c’è una terza possibilità. Attraverso incisioni cutanee millimetriche il tendine può essere riparato in modo mininvasivo. I tempi di convalescenza restano sui trenta-quaranta giorni, ma si evita quell’ “appariscente” cicatrice e i rischi di infezione e deiscenza della ferita chirurgica cui espone la chirurgia più invasiva.

Sutura tendine di Achille

Sutura tendine di Achille

Diverso è il caso in cui un tendine s’infiamma a causa di un appoggio del piede “sbagliato” (piede piatto o cavo o a causa di vecchie fratture). Due i punti più sensibili: le sporgenze ossee sui due lati della caviglia (dietro il malleolo mediale e laterale), sotto le quali si muovono i tendini che fanno flettere il piede per camminare e salire sulle punte. Di solito è sufficiente una correzione dell’appoggio del piede: basta un plantare che, se realizzato su misura, corregge i difetti più lievi del piede.
Rarissimi i casi che richiedono il bisturi. Per diagnosticare la tendinite serve un’ecografia o una risonanza magnetica, si va così ad individuare la causa dell’infiammazione e il tendine coinvolto. I sintomi sono gonfiore e dolore localizzato. Lo sport è il principale colpevole della maggioranza delle tendiniti del piede: calzature inadatte, terreni sintetici o allenamenti troppo intensi le cause più frequenti.

Nuova e promettente la terapia delle tendiniti acute e croniche del piede con i fattori di crescita piastrinici (PRP). Si tratta di chitochine, potenti antinfiammatori naturali, come l’interleuchina 1, contenuti nei granuli alfa delle piastrine del sangue circolante. Il paziente, che si sottopone a questa terapia, diventa allo stesso tempo donatore e ricevente di questi antinfiammatori naturali con un semplice prelievo di sangue. Come per un comune prelievo, vengono aspirati da una vena del braccio dieci centimetri cubi di sangue ( quanto per un normale esame del sangue ), che si sottopongono immediatamente ad una separazione meccanica per centrifugazione. La frazione di plasma chiaro, che contiene le piastrine, viene aspirata in una siringa e le piastrine attivate. Con la siringa, i due o tre cc di liquido che contengono le piastrine, vengono iniettati con l’ago per via infiltrativa sul tendine da trattare.
Immediatamente, le piastrine concentrate ed attivate, degranulano, rilasciando le citochine e avviando i processi antinfiammatori che portano il tendine alla guarigione. Il trattamento che è ambulatoriale non richiede più di trenta minuti e secondo il protocollo in uso, viene ripetuto con la medesima procedura ad intervalli di una settimana tra una infiltrazione e l’altra, per tre volte. La terapia con fattori di crescita piastrinici (PRP), da ottimi risultati, anche dove le altre terapie conservative non hanno ottenuto i risultati sperati e quando il paziente sembra ormai destinato a subire le cure del bisturi. Si possono efficacemente trattare con PRP, tutte le tendiniti del piede ed anche la fascite plantare e la sindrome dello sperone calcaneare. Il trattamento con fattori di crescita piastrinici (PRP), essendo autologo, è del tutto privo di rischi per la salute e di effetti collaterali. Deve però essere effettuato presso centri accreditati ed autorizzati dal centro trasfusionale ospedaliero di zona ed effettuato alla presenza dell’ematologo che sovrintende alla corretta manipolazione del sangue e del suo derivato.

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